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Contemporary art & culture magazine

Sulla Follia

Michel Foucault ha detto: "Forse, un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia. Resterà soltanto un enigma di questa Esteriorità."
Insomma, chi sono i veri folli; quelli definiti pazzi o i cosiddetti normali?

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Iniziata Jan 3 2008 da:

gennaroesca gennaroesca
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Alessandro0481

Permalink Risposta da Alessandro0481 Feb 1 2008
 

Le cose sono molto cambiate da quando i matti li chiudevano nei manicomi. Negli anni '50 erano 100 mila i cittadini internati e l'istituzione manicomiale era una sorta di contenitore sociale dove veniva "parcheggiato", anche a vita, non solo chi aveva disturbi mentali, ma anche disabili gravi, disadattati, emarginati e alcolisti. L'internamento veniva subito dal paziente e deciso non tanto in base alla patologia psichiatrica ma al livello di pericolosità sociale, e poco aveva di terapeutico, se non in minima parte: proteggeva gli interessi della collettività sociale occultando le fasce marginali.

Le basi della 180
Alla fine della decade si delinea una corrente di de-istituzionalizzazione che mette in discussione le modalità di presa in carico dei pazienti psichiatrici e introduce concetti di territorialità, continuità terapeutica tra ospedale psichiatrico e territorio, lavoro di equipe, figure professionali che possono operare nella struttura ospedaliera, in ambulatorio, al domicilio e nelle strutture di accoglienza intermedia.
Emerge l'idea di prevenzione rivolta anche alle cause che minacciano la salute mentale di tutti non solo dei malati. Nasce un nuovo orientamento organizzativo basato sulla sanità territoriale piuttosto che su quella residenziale (cioè gli ospedali psichiatrici), in pratica si offrono alternative al ricovero-internamento. Queste premesse gettano le basi per la legge 180, che arriva nel 1978, che porta anche il nome di uno psichiatra, Franco Basaglia, promotore a Gorizia e Trieste del movimento anti-istituzionale. Vengono riconosciuti al malato bisogni e diritti che non devono essere in contraddizione gli uni con gli altri e il compito di rispondere ai bisogni di sussistenza viene sottratto all'internamento e affidato ai servizi pubblici che devono anche mediare tra i diritti del malato e gli interessi della comunità sociale. Promuove la creazione di servizi dotati di strumenti che possano indurre il paziente a scegliere di sottoporsi al trattamento senza dover ricorrere alla coercizione. La salute mentale diventa cioè un risultato sociale e il suo raggiungimento non deve passare attraverso l'obbligatorietà al trattamento. Si assiste alla graduale chiusura dei manicomi impedendone la costruzione di nuovi, ma per avere il modello di servizi e il superamento del residuo manicomiale bisogna attendere il 1994, quando un Decreto del Presidente della Repubblica viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.


E' il Progetto-obiettivo 1994/96, sulla tutela della salute mentale, che definisce la strategia di intervento realizzando, tra le altre cose, il modello organizzativo del Dipartimento di salute mentale (DSM). Questo è a sua volta costituito da diverse strutture operative. Il Centro di salute mentale (CSM) è il luogo in cui viene elaborato il piano terapeutico. Un'equipe multidisciplinare opera in modo integrato nella prevenzione, nella cura e nella riabilitazione del paziente. Vengono valutate le richieste che provengono da utenti, famiglie, servizi sociali e medici di base. Il CSM ha una funzione di filtro e prevenzione dei ricoveri psichiatrici, si occupa di visite ambulatoriali, domiciliari, supporto psicologico, psicoterapie. Negli ospedali è presente il Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (SPDC) che accoglie i pazienti ricoverati, indirizza le terapie farmacologiche, valuta la situazione personale e relazionale del paziente. I programmi riabilitativi e terapeutici possono essere realizzate in strutture semiresidenziali, in day hospital se sono a breve termine, in un centro diurno se a lungo termine e atte a evitare il ricovero. Per i cosiddetti cronici esistono strutture residenziali, piccole con non più di 20 posti letto, che si distinguono in comunità terapeutiche, case famiglia (o gruppi appartamento) e comunità alloggio. Con questi strumenti la legge 180 diventa operativa sul territorio, ma non senza difficoltà, sottolineate nel corso degli anni dalle associazioni di malati che denunciano il carico gravoso lasciato alle famiglie. Il nodo cruciale della discussione verte sull'obbligatorietà al trattamento. Con la legge 180 il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) subentrava solo in caso di crisi e non andava oltre i sette giorni, inoltre doveva essere formalizzato dal sindaco e dai carabinieri. La prima obiezione sollevata interessa i soggetti che anche se malati non hanno crisi, e che possono scegliere di non curarsi, in questo caso, dicono le associazioni, la patologia peggiora e tende a cronicizzare. Per andare incontro a queste esigenze ci sono state proposte di riforma della 180 tra le più recenti quella del 2002 che prolungava il TSO a due mesi, e introduceva il trattamento d'urgenza che dura fino a 72 ore ed è estendibile anche a persone in stato di intossicazione da alcol e droghe e per renderlo effettivo era sufficiente rivolgersi all'autorità giudiziaria. Il tentativo revisionista non ha avuto successo, e non è passato, probabilmente perché scontratosi con la tendenza a condividere il disagio del malato mentale anziché isolarlo in strutture chiuse e recintate. Il malato non è solo tale, ma un cittadino portatore di un bisogno, la cui soddisfazione non può essere delegata al manicomio/trattamento. E se le difficoltà non sono ancora state superate val la pena verificare la piena applicazione della legge 180, prima di trasformarla in qualcos'altro.

Simona Zazzetta
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Alessandro0481

Permalink Risposta da Alessandro0481 Feb 1 2008
 

Biografia La vita e le opere
(tratto da: Mario Colucci, Pierangelo Di Vittorio, "Franco Basaglia", Edizioni Bruno Mondadori, Milano 2001, pp. 1-7).



Franco Basaglia nasce a Venezia l'11 marzo 1924, da una famiglia agiata. Secondogenito di tre figli, trascorre un'infanzia e un'adolescenza serene nel pittoresco quartiere veneziano di San Polo. Conclusi gli studi classici, nel 1943 si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia dell'Università di Padova. Qui entra in contatto con un gruppo di studenti antifascisti e, a seguito del tradimento di un compagno, viene arrestato e detenuto per sei mesi in carcere fino alla fine della guerra. Esperienza che lo segna profondamente e che Basaglia rievoca anni dopo parlando del suo ingresso in un'altra istituzione chiusa: il manicomio.
Nel 1949 si laurea in medicina e chirurgia e inizia a frequentare la clinica delle malattie nervose e mentali di Padova, dove lavora come assistente fino al 1961. Per tutto questo periodo – e anche oltre – Basaglia produce un grande lavoro intellettuale con un susseguirsi di scritti, di pubblicazioni scientifiche, di relazioni congressuali sulle più diverse condizioni di malattia quali poteva incontrare nella sua pratica clinica: la schizofrenia, gli stati ossessivi, l'ipocondria, la depersonalizzazione somatopsichica, la depressione, la sindrome paranoide, l'anoressia, i disturbi correlati all'abuso alcolico e altro ancora. Sono anni in cui incomincia anche ad appassionarsi di filosofia, studiando in particolare la fenomenologia e l'esistenzialismo e cercando di conciliare la psicopatologia tradizionale con la psichiatria antropofenomenologica. Direttore della clinica è il professor Giovanni Battista Belloni, accademico di vecchio stampo e di prevalente formazione neurologica e organicista, con il quale Basaglia intrattiene un rapporto formale di rispetto. Qualche anno dopo è lo stesso Belloni che dissuade "il filosofo" Basaglia – come lo chiama ironicamente – a lasciar perdere la carriera universitaria, a cui pure egli teneva, perché non si sarebbero aperte concrete possibilità di successo. Nasce una grande amicizia tra Basaglia e il collega Hrayr Terzian – in seguito protagonista di una brillante carriera come professore di neurologia – con il quale condivide numerosi interessi scientifici e culturali e molte letture, soprattutto in francese. Nel 1952 Basaglia consegue la specializzazione in malattie nervose e mentali e l'anno dopo si sposa con Franca Ongaro, con la quale avrà due figli. Con lei stabilisce anche uno straordinario sodalizio intellettuale e scrive molti dei suoi libri.

Nel 1958 Basaglia consegue la libera docenza in psichiatria e nel 1961 partecipa e vince il concorso per la direzione dell'ospedale psichiatrico di Gorizia, dove si trasferisce con tutta la famiglia. Drammatico è l'impatto con la durezza della realtà manicomiale: Basaglia comprende subito che bisogna reagire a questo orrore, impegnandosi in un radicale lavoro di trasformazione istituzionale. Aiutato da un gruppo di giovani psichiatri, cerca di seguire il modello della "comunità terapeutica", mutuato dall'esperienza di Maxwell Jones a Dingleton in Scozia (anche Franca Ongaro visita in seguito questa comunità). A Gorizia s'iniziano ad applicare nuove regole di organizzazione e di comunicazione all'interno dell'ospedale, si rifiutano categoricamente le contenzioni fisiche e le terapie di shock, s'incomincia, soprattutto, a prestare attenzione alle condizioni di vita degli internati e ai loro bisogni. Si organizzano le assemblee di reparto e le assemblee plenarie, la vita comunitaria dell'ospedale si arricchisce di feste, gite, laboratori artistici. Si aprono spazi di aggregazione sociale, cade la separazione coatta fra uomini e donne degenti. Si aprono le porte dei padiglioni e i cancelli dell'ospedale.

In questi anni, Basaglia prosegue la sua attività scientifica e intellettuale e continua a partecipare attivamente ai congressi nazionali e internazionali di neurologia e di psichiatria, tra cui il Congresso Internazionale di Psicoterapia di lingua tedesca a Wiesbaden nel 1962 e il VII Congresso di Psicoterapia a Londra nel 1964. Nello stesso anno, sempre a Londra, fa parte della delegazione italiana al I Congresso Internazionale di Psichiatria Sociale a Londra, dove presenta la comunicazione intitolata "La distruzione dell'ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione", nella quale è prefigurato il lavoro che sarà realizzato prima nell'ospedale psichiatrico di Gorizia e poi in quello di Trieste. Dal 1965 fa parte come corrisponding editor del "Journal of Existentialism" di New York. Nel 1967 cura il volume Che cos'è la psichiatria?, ristampato nel 1973. Nel 1968 cura il volume L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, che fa conoscere a livello internazionale l'esperienza innovativa di Gorizia e sancisce la nascita del movimento antiistituzionale, diventando presto uno dei libri-simbolo della contestazione in Italia e vendendo 60.000 copie nei primi quattro anni di pubblicazione. Nel 1969, con Franca Ongaro, cura Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin; presenta inoltre Asylums di Erving Goffman e Ideologia e pratica della psichiatria sociale di Maxwell Jones. Nello stesso anno si reca negli Stati Uniti, invitato in qualità di visiting professor, per la durata di sei mesi, dal Community Mental Health Center del Maimonides Hospital di Brooklyn, a New York: di questa esperienza dà testimonianza nello scritto "Lettera da New York. Il malato artificiale".

Al suo ritorno, dopo un periodo d'indecisione, lascia Gorizia – dove il tentativo di superare il manicomio purtroppo fallirà per le resistenze opposte dall'amministrazione locale nel dare luogo a un'assistenza psichiatrica sul territorio – e accetta l'invito di Mario Tommasini, coraggioso assessore alla sanità della Provincia di Parma, di dirigere l'ospedale psichiatrico di Colorno. Qui avvia la prima fase di un processo di trasformazione che si rivela ben presto, anche qui, un'esperienza molto difficile, perché Basaglia deve affrontare numerose difficoltà di ordine amministrativo, opposte dalla giunta di sinistra della Provincia di Parma, che pure si è impegnata a sostenere il processo di trasformazione, ma che di fatto non lo appoggia per non stravolgere gli equilibri politici e gli interessi economici locali. Nel 1971 esce La maggioranza deviante. L'ideologia del controllo sociale totale, curato con Franca Ongaro. Dal 1971 al 1972 è incaricato dell'insegnamento di igiene mentale presso la facoltà di magistero dell'Università di Parma.
La svolta è nell'estate del 1971, quando Basaglia vince il concorso per la direzione dell'ospedale psichiatrico di Trieste: accetta subito perché gli viene garantita la possibilità di fare tutte le scelte che ritiene più opportune. Al suo arrivo sono ricoverate 1182 persone, 840 delle quali in regime coatto. L'ospedale è sotto l'amministrazione della Provincia, retta da una giunta di centro-sinistra che è presieduta da Michele Zanetti; quest'ultmo dà pieno appoggio al progetto di superamento del manicomio e di organizzazione psichiatrica territoriale proposto da Basaglia e dai suoi. Appena arrivato, Basaglia chiede di poter costruire la sua équipe e presenta un programma di ristrutturazione dell'assistenza psichiatrica provinciale con un drastico ridimensionamento dell'ospedale attraverso l'apertura e la riorganizzazione dei reparti. Si tratta di spezzare l'isolamento del manicomio rispetto alla città per lavorare con un'immediata proiezione sul territorio circostante. Basaglia, forte dell'esperienza di Gorizia e di Parma, si è accorto che l'esperimento della Comunità Terapeutica non basta: bisogna dar corso a un progetto politico che non si arresti alla bonifica umanitaria del manicomio, né alla semplice trasformazione delle sue dinamiche di funzionamento interno, ma metta in discussione la persistenza stessa dell'istituzione totale. A Trieste il manicomio deve essere chiuso. È necessario anche costruire una rete di servizi esterni, che arrestino il flusso dei nuovi ricoveri e provvedano alle necessità di assistenza per le persone dimesse dal manicomio. Nel 1973, contro lo sfruttamento "ergoterapico" degli internati, ottiene l'agognato riconoscimento giuridico la Cooperativa Lavoratori Uniti, prima esperienza di organizzazione lavorativa – che coinvolge i degenti dell'ospedale psichiatrico e, successivamente, gli utenti dei servizi di salute mentale – a cui ne seguiranno diverse altre.

Sempre nel 1973, Trieste viene designata "zona pilota" per l'Italia nella ricerca dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sui servizi di salute mentale in Europa. Nello stesso anno, Basaglia fonda con altri collaboratori "Psichiatria Democratica", movimento nel quale si confrontano molte esperienze di psichiatria alternativa che stanno sorgendo in Italia. Il primo convegno, "La pratica della follia", si tiene a Gorizia nel 1974 e segna il collegamento fra il movimento antiistituzionale e le forze politiche e sindacali di sinistra. Nel 1975 Basaglia cura con Franca Ongaro il volume Crimini di pace. Ricerche sugli intellettuali e sui tecnici come custodi di istituzioni violente, e presenta Lo psicanalismo. Psicanalisi e potere di Robert Castel.

Nel corso dell'anno si aprono i primi centri di salute mentale sul territorio. Si svolgono le elezioni amministrative, dalle quali il centrosinistra esce indebolito. Infatti, nel 1976 il clima politico peggiora e l'esperienza di superamento del manicomio subisce attacchi sempre più violenti. È l'aggravamento di una crisi politica e amministrativa che porta alla fine della giunta Zanetti, che, messa in minoranza, deve dimettersi. Zanetti insieme con Basaglia annuncia in conferenza stampa la chiusura entro la fine del 1977 dell'ospedale psichiatrico. Lo stesso anno, nel comprensorio dell'ospedale psichiatrico, si svolge il terzo incontro del Réseau internazionale di alternativa alla psichiatria, intitolato "Il circuito del controllo", a cui partecipano circa quattromila persone.
Il 13 maggio 1978 viene approvata in Parlamento la legge 180 di riforma psichiatrica, che si ispira alle esperienze di superamento dell'ospedale psichiatrico sviluppatesi in Italia a partire dall'inizio degli anni sessanta. Approvata quasi all'unanimità, la legge 180 avrà tuttavia un iter difficile nella fase di realizzazione. Viene pubblicata La nave che affonda. A dieci anni da "L'istituzione negata", lungo dibattito fra Basaglia, Ongaro, Pirella e il curatore S. Taverna. Nello stesso anno, Basaglia avvia con Giulio Maccacaro, direttore dell'istituto di biometria dell'Università di Milano, la prima ricerca finalizzata sui servizi psichiatrici, nell'ambito del Progetto Finalizzato Medicina Preventiva del CNR diretto da Raffaello Misiti. Partecipa e promuove inoltre convegni internazionali in tutta Europa, compresi quelli dell'OMS sullo sviluppo della ricerca. È invitato in Messico e Mozambico. Nel 1979, affronta due importantissimi viaggi in Brasile, da San Paolo a Belo Horizonte, passando per Rio de Janeiro. Davanti a un pubblico composto non solo da psichiatri, psicologi, assistenti sociali, infermieri, ma anche politici, sindacalisti, professori, studenti, gente comune, tiene una serie di conferenze che vengono raccolte nel volume Conferenze brasiliane. Sempre nel 1979, presenta e partecipa al libro-inchiesta, curato da Ernesto Venturini, Il giardino dei gelsi. Dieci anni di antipsichiatria italiana.
Nel novembre dello stesso anno, lascia la direzione di Trieste a Franco Rotelli e si trasferisce a Roma, dove assume l'incarico di coordinatore dei servizi psichiatrici della Regione Lazio. Già iniziano i primi attacchi alla legge 180. Basaglia mette subito in campo tre programmi di deistituzionalizzazione di alto profilo, per i quali chiede carta bianca all'amministrazione regionale. Purtroppo, nella primavera del 1980 si manifestano i primi segni di un tumore cerebrale che lo conducono alla morte in pochi mesi. Si spegne il 29 agosto nella sua casa di Venezia. Nel 1981-82 escono, a cura di Franca Ongaro, i due volumi dei suoi Scritti.
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Alessandro0481

Permalink Risposta da Alessandro0481 Feb 1 2008
 

«Dal momento in cui oltrepassa il muro dell'internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale (risultato della malattia che Burton chiama "institutional neurosis" e che chiamerei semplicemente istituzionalizzazione); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell'individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell'internamento. L'assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l'essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l'aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell'asilo.»

(in La distruzione dell'ospedale psichiatrico, 1964)
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Alessandro0481

Permalink Risposta da Alessandro0481 Feb 1 2008
 

La pazzia ha assunto, a causa del romanticismo, un ruolo predominante nel mondo dell'arte.
Non tanto la malattia mentale in sé, quanto uno stato di cose che lega l'artista all'immaginario di pazzo, irrazionale, non-normale, non-comune, vediamone alcune ragioni.
Nel periodo prerinascimentale l'artista (pittore, scultore, ornatore) era considerato come un artigiano abile e savio, che lavora e viveva del lavoro manuale, e il poeta come un intellettuale posto ad un gradino alto della società vicino ai potenti (clero e nobiltà).
Durante il rinascimento l'artista assume una posizione di rilievo mai avuta in precedenza e può permettersi di opporsi ai potenti imponendo la propria opinione (vd. Michelangelo coi papi, Leonardo coi potenti etc.). Il ruolo dell'artista come uomo importante che impreziosisce le corti dei potenti dura fino all'avvento e la caduta di Napoleone. Con la perdita di potere progressiva della nobiltà e del clero nella società (nonostante il ritorno di fiamma di restaurazione e impero ausburgico etc.) anche gli artisti perdono il peso che avevano prima.
Il romanticismo fa assumere alla pazzia un valore estetico nuovo. Assume a propria cifra stilistica il pazzo, basti ricordare: la folle corsa dell'alter ego di Ugo Foscolo (1778-1827) nelle lettere dell' "Ortis" e il suo corrispettivo tedesco nel giovane Werter per la letteratura (Goethe 1749-1832), la scapigliatura italiana come movimento letterario e pittorico e stile di vita sregolato, i bohemien francesi che vivevano in modo sregolato e trasandato.
L'uso di droghe da parte di alcuni artisti, oppio in particolare, e il cambiamento della società da agricola e nobiliare in borghese e industriale sposta l'attenzione su nuovi valori (produzione, stato, risorgimento, borghesia), fa si che l'artista venga reietto come un pazzo o un vagabondo, poiché non conforme allo stile di vita moderato della borghesia.
Gli impressionisti francesi e, prima ancora, i macchiaioli italiani, concentrano l'attenzione non più su forme, proporzioni e prospettiva, ma sul colore, la luce e su uno stile che spezzi col passato e con le accademie, uno stile che non ha più a che fare con l'arte celebrativa del clero e dei nobili. Sul finire dell'ottocento prolificano artisti pazzi in Europa: Van Gogh (1853-1890) ne è l'esempio estremo e più celebrato appunto per il connubio arte e pazzia, rivalutato solo da morto e esaltato dal mercato dell'arte. Van Gogh nel 1889 dipinge il suo autoritratto con la testa fasciata dopo essersi ferito l'orecchio.
A celebrare i nuovi potenti, i borghesi, ora c'è la fotografia e non più la pittura, anche se la ritrattistica prosegue, come pure l'acquisto di quadri d'arredo.
Tutti gli artisti, anche i più pacati, debbono darsi un aspetto e stile di vita originale, irregolare, pazzo, è il bisognoso di fuggire e di estraniarsi da un mondo fatto di enormi città e quartieri operai delle nascenti industrie, l'artista appare agli occhi dell'uomo comune come un diverso. Baudelaire (1821-1867) canta la fuga dell'artista dal mondo che non gli appartiene più, Freud (1856-1939), Jung e soci cercano un altro mondo dove portare l'uomo, un mondo dentro l'uomo stesso: la psicanalisi. Wagner (1813-1883) ha il tempo di celebrare la grande Germania mentre Nietzsche (1844-1900) prima gli è amico, poi lo odia e poi impazzisce e muore in manicomio.
Chi non si adegua alla borghesia o alla classe operaia o è un pazzo o è un intellettuale o è un artista. La musica subisce un primo trauma con il romanticismo, i brani non sono più melodie canticchiabili ma concerti per pianoforte non ripetibili e molto personali e intimi (Schumann, Schubert, Brams, Chopin etc.). La musica si avvia alla dodecafonia e alla serialità che smonta la melodia e la incastra in serie matematiche (Schönberg, Berg, Weber e più tardi Adorno e il bresciano Camillo Togni).
Nasce il cinema nel 1895. Il teatro diventa assurdo e violento, il 10 dicembre 1896 nel teatrino simbolista di Oeuvre a Parigi viene rappresentato Ubu Re, di Alfred Jarry, un Mach Beth violento che aggrediva e insultava il pubblico col linguaggio tipico della seconda avanguardia teatrale.
Il Novecento si apre con l'avvento della tecnocrazia, la macchina la fa da padrone nelle città e le avanguardie artistiche ne sono influenzate.Il primo manifesto futurista stampato sul Figaro nel 1909 assume come cifra stilistica la macchina, la velocità e la guerra.
La poesia si destruttura, il futurismo italiano da nuovo vigore e nuovi valori all'arte dopo la decadenza e i crepuscolari. In opposto alle avanguardie, il pazzo tra i pazzi, dove i pazzi sono i futuristi e il pazzo è Dino Campana (1885-1932), pubblica nel 1914, dopo fatiche immani, il suo unico lavoro, i suoi Canti Orfici, prima di finire in manicomio e dopo un'avventurosa vita da girovago. La malattia mentale diventa argomento di letteratura, Svevo (1861-1928) si dedica la romanzo Psicanalitico stimolato dall'amico Joyce, lo "Zeno" è del '23.
Gli anni venti vedono la pazzia imperare anche nel cinema, l'espressionismo tedesco dona alla storia del cinema dei capolavori che mettono in scena la follia, ne ricordo solo alcuni, innanzitutto nel 1920 "Il gabinetto dl dottori Caligari" di Wiene, "Nosferatu il Vampiro" di Murnau nel 1922, e infine "Metropolis" di Lang nel 1927 che chiude la corrente.
L'artista deve essere pazzo ed eccentrico per essere tale. Il cubismo e le avanguardie allontanano ancora di più il mondo dell'arte dalla normalità della gente.
Tutto è cancellato dall'avvento delle dittature totalitarie. Più che in Italia, paese in cui né il cinema né le arti figurative subirono mai una censura diretta ma furono influenzate "dall'aria che tirava" (di fatti la scuola sperimentale di cinema di Roma o la Brera di Milano erano piene di comunisti), fu in Germania e in Russia che il governo dittatoriale spazzò via il linguaggio delle avanguardie, troppo lontano dal popolo e troppo poco celebrativo per il dittatore, con esso spazzò via anche gli artisti sperimentatori o pazzi, per non parlare della morte di centinaia di musicisti, pittori, compositori e creativi ebrei nell'Europa di Hitler.
L' Europa-maceria del dopoguerra diede modo di far rinascere la figura degli artisti pazzi, difatti, Antonio Ligabue (1899-1965) può divenire famoso solo nei primi anni sessanta, grazie alla rinascita del mercato dell'arte durante il boom economico e la promozione della sua pittura naïf.
Negli anni '70 è rivalutata la figura poetica, dimenticata, del poeta morto pazzo Dino Campana, gli sceneggiati TV della RAI raccontano a tutti le vite degli artisti pazzi, da Michelangelo, iracondo e creativo, a Leonardo, geniale e incompreso, a Van Gogh, pazzo e incompreso, a Ligabue, anche lui pazzo e incompreso. La Tv ha un ruolo fondamentale nel cantare come pregio e caratteristica la follia per l'artista vero, l'autenticità passa per l'incompreso dei contemporanei e la rivalutazione dopo la morte.
Negli anni Settanta l'arte torna ad allontanarsi dalla gente, neodadaismo, arte psichedelica (da non sottovalutare gli stati alterati della mente provocati dall'LSD nell'arte degli anni 60 e 70), arte concettuale, arte povera, teatro d'avanguardia, lo stesso Andy Warhol (1930-1987) padre creativo dell'arte pop, l'arte per il popolo, vestiva e si atteggiava come un pazzo, coi capelli in piedi e abiti stravaganti.
La fusione tra artista e pazzia, in tutte le discipline dell'arte è compiuto appieno. Ultimo gradino è la fondazione dell'Accademia della Pazzia di Claudio Misculin, regista e autore italiano che lavora coi malati di mente, essendo anch'egli stato ricoverato in manicomio.
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